“Il talento di Mr. Ripley” – una pellicola degna di Lacan!

Quando ti aspetti di vedere un film e poi trovi 3 film in uno, la sorpresa è tanta! E’ questo il caso di “Il talento di Mr. Ripley”, dove un’iniziale commedia dai toni caldi fa spazio ad un giallo che si propaga sempre più verso il finale in un thriller psicologico, con un cast davvero d’eccellenza: Matt Damon, Jude Law, Gwyneth Paltrow, Philip Seymour Hoffman, Cate Blanchett.

Il protagonista/antagonista o più comunemente l’antieroe è l’Oscar Matt Damon (Will Hunting), qui nel fiore della sua giovane età, alle prese con il ruolo di Jon Ripley, un giovanotto tuttofare, un servizievole bravo ragazzo, timido, posato quanto mai ambiguo e dai tratti un po’ borderline.

Pronto e obbediente a rendere servigi, porta a termine in maniera impeccabile il qualsivoglia gli venga chiesto e lo fa anche stavolta, mettendo in gioco davvero tutto se stesso.

L’intera pellicola è incentrata proprio sulla figura di Ripley, un giovanotto con un “abile”, ma in realtà insospettabile “talento”. Jon mente! E più mente più è spinto a farlo, anche contro il suo volere, travolto in un crescendo, vortice di menzogne.

La sua naturale e così radicata capacità di mentire lo condurrà ad annullare se stesso per fingersi qualcun altro, fino a “diventare” qualcun altro.

La sua ossessione amichevole, fraterna e dalle celate sfumature omosessuali nei confronti di Dickie, il bello e dannato, viziato e dalla vita agiata, gli faranno perdere di vista per la prima volta il suo obiettivo, il servigio per il quale era stato incaricato. Questo rapporto lo farà sentire per la prima volta “qualcuno”, lo farà sentire per la prima volta vivo!

Una sensazione troppo bella per essere accantonata a lavoro finito! Dickie deve essere suo, tutto per lui e se ciò non è possibile, allora egli stesso sarà Dickie. Filo conduttore, infatti, della seconda parte del film, che da commedia diventa una sorta di giallo, è proprio l’assenza di un’identità, un senso di inadeguatezza nel rapporto con gli altri e con se stesso.

Non pensa Jon, agisce e basta! L’impulso è più irrefrenabile di qualsiasi cosa, anche per lui che fino ad allora era abituato a miscelare le sue emozioni e ingabbiarle nell’aspetto di un ragazzo tutto d’un pezzo! Dopo aver dato sfogo all’impulso, calcola la mossa successiva, come fosse un consapevole e lucido omicida.

Dietro le lenti dei suoi occhiali, nulla traspariva: mai un’emozione, una paura, un rammarico, nulla! Lenti che filtravano il mondo esterno e occultavano una realtà troppo scomoda da vedere, nonostante lo sguardo appagasse la sua curiosità: un guardone, un voyeur, un “Peeping Tom”.

Il mistery pian piano fa spazio a un vero e proprio thriller psicologico: scoperto il “talento” di Ripley, c’è una scalata verso l’oblio della sua anima, che reitera la sua oscura natura ogni qual volta commette il fatto (evito di spoilerare).

Alla fine, quando i giochi sono fatti e le conclusioni sono tratte, a favore ancora una volta del bugiardo Jon, viene espletato un finale coerente con tutta la trama narrativa, che non lascia spazio a una possibile redenzione: schiavo dei suoi complessi d’inferiorità, della sua solitudine, della sua rabbia repressa, abbandona l’unica ancora di salvezza che la vita gli mette davanti e si abbandona in un processo di reiterazione tipica di una mente malata.

Un thriller che chiude il sipario con un angosciante gioco di specchi, che come affrontato da Lacan, nella sua teoria, non lascia molte interpretazioni: il riflesso della sua immagine si sdoppia ancora una volta, moltiplicando il riflesso di sè in altre eventuali identificazioni.

CONSIGLIATO!

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