Non perché tutti siano ARTISTI, ma perché nessuno sia SCHIAVO!

Oggi più che mai, ci si interroga sulla figura dell’insegnante come educatore e pedagogista di una scuola che via via sta smarrendo i suoi valori, la sua funzione educativa e che si sta trasformando in un esercito che chiama alle armi moltissimi “funzionari”, che però molto spesso, ahimè, tanto “insegnanti” non sono.

Con l’avvento della pandemia e la conseguente DAD (didattica a distanza), il rapporto funzionale ed empatico insegnante-alunno, si è indebolito e così quei valori educativi, già di per sé andati a finire nel dimenticatoio, necessitano di essere ristabiliti.

Oggi più che mai è necessario parlarne, oggi che ricorre il centenario della nascita di un grande pedagogista e scrittore per l’infanzia: Gianni Rodari.

Rodari evidenziava l’importanza della parola, come simbolo di libertà ed estensione massima della creatività. Un bambino con una sola parola può creare un universo infinito di storie, può viaggiare, può avere i superpoteri, può trasformarsi in un animale e immaginare di vivere su una stella.

Il bambino con una parola può capovolgere il mondo e crearsi un suo personale senso di mondo, perché la fantasia e l’immaginazione sono le armi più potenti per esprimere il pensiero libero, senza sovrastrutture. E gli insegnanti, questo, dovrebbero prenderlo come impegno, come atto dovuto verso i propri alunni.

Gli insegnanti come educatori dovrebbero restituire ai bambini questo senso di libertà, che oggi invece molto spesso si perde dietro ai compiti da fare, un voto da attribuire, pagelle da riempire, come lo stesso Rodari scrisse nel suo “Libro degli errori” «non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».

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