La paura di restare soli genera rapporti infelici (L’Internazionale).
Come non riflettere su queste parole adesso più che mai vere?
L’uomo per sua natura è un animale sociale e questo lo sappiamo già e da molto tempo. Sin dal Paleolitico e poi nel Neolitico, l’uomo necessitava di un gruppo, di far parte di una comunità tra persone del suo stesso villaggio per sopravvivere, infatti la cooperazione di tutti i componenti era qualcosa di funzionale prima ancora che affettiva. Il legame cioè che univa il singolo al gruppo di appartenenza, era un legame dato dalla necessità di procurarsi provviste e fare squadra per difendersi dai rischi di una natura selvaggia. Vi erano comunità di cacciatori, di raccoglitori, di produttori di grano, vi erano tribù e famiglie, ma non vi era mai l’uomo singolo, isolato dagli altri.
Con l’evoluzione dell’uomo questa costante non si è mutata nel tempo.
Per quanto sia emersa una forte componente individualistica in un soggetto, si è altrettanto palesata la necessità per l’uomo di essere parte di un qualcosa, di essere parte di un tutto! E non è un pensiero lontano dalle nostre vite: pensiamo al contesto famiglia, al contesto scuola o in generale al contesto sociale in cui viviamo e appunto ci relazioniamo. Noi necessitiamo di rapporti, necessitiamo dell’altro.
L’uomo soffre la solitudine perché nella solitudine non c’è appagamento, non c’è confronto, non c’è ritorno del suo agire bene o male.

La solitudine ci spaventa. Questo genera inconsciamente nell’uomo la tendenza a gettarsi letteralmente in rapporti molto spesso fallaci, cangianti nel tempo ed evanescenti; rapporti che sono destinati in qualche modo a dissolversi ancora prima di concretizzarsi.
Questa riflessione sorge a maggior ragione in un periodo di forte isolamento come quello in cui stiamo attualmente vivendo: isolati da tutto e da tutti, costretti a ritagliarci momenti di socialità attraverso i social e videochiamate di gruppo con gli amici e parenti. Questa condizione precaria genera angoscia soprattutto in soggetti che hanno appunto rapporti labili e a causa di questa pandemia e del conseguente isolamento, si sono letteralmente ritrovati soli e isolati dal resto della società.

La solitudine è una condizione che genera sofferenza nell’essere umano e in questo contesto, viene alimentata la ferita.
Studiosi intervengono proteggendo il significato più vero, più pulito del senso di solitudine a dispetto di relazioni di facciata, molto spesso fugaci e futili. E ciò non deve rappresentare una colpa per il soggetto che sceglie di non cedere a queste relazioni fallaci. C’è chi sceglie di stare solo e non ne soffre.
“C’è chi sta da solo per scelta e non per punizione”, come dice Alain de Botton
