La regina degli scacchi (Attenzione, spoiler)

Ho letto diversi articoli su questa nuova serie originale Netflix, di cui al momento è stata lanciata una sola stagione; così alla fine, spinta dalla curiosità, ho ceduto anch’io e l’ho guardata. L’ho fatto tutto d’un fiato per avere un’impressione immediata e non condizionata su questi 7 episodi che hanno fatto tanto discutere.

Da cosa parto? Parto dalla constatazione che a dispetto di quanto si dice, a me non è particolarmente piaciuta, forse perché non l’ho trovata abbastanza convincente da un punto di vista narrativo e spiego il perché.

Di solito le serie tv hanno una loro peculiarità che possa risiedere nel loro genere come ad esempio succede per i fantasy che racchiudono di per sé un motivo di attrattiva, che può risiedere nella storia con effetto wow o in una storia drammatica che però ha una forte componente psicologica che ti invoglia a riflettere, che può ancora una volta risiedere nel modo di raccontare filmicamente una storia, che coinvolge più elementi e nodi narrativi. Qui a parer mio non succede o non succede nel modo che mi aspettavo io!

I primi due/tre episodi promettono bene per certi versi e non per altri: il ritmo è lento (cosa che in genere odio), ma qui lo è anche per permettere allo spettatore di annidarsi con cautela nel fragile mondo infantile della giovane protagonista. Così pian piano si scorge una storia particolarmente triste di una bambina, Beth Harmon, che rimane orfana e si trova a dover fare i conti con i suoi ricordi in uno squallido orfanotrofio (e fin qui nulla di nuovo a livello di plot). Quali potrebbero essere allora i motivi che nei primi episodi, secondo il mio punto di vista, invogliano ad andare avanti?

  1. La bambina, per ovviare alla sua solitudine e frustrazione, al suo senso di vuoto, si lascia incuriosire dal custode dell’orfanotrofio che gioca in modo solitario agli scacchi, nel seminterrato dell’edificio. Ho trovato questa analogia invogliante: il fatto di giocare ad un gioco, che normalmente prevede un compagno, totalmente da solo, è il fattore principale, il paradosso che spinge la bambina verso gli scacchi; finalmente un’attività che l’avrebbe isolata ancora una volta, l’avrebbe alienata e spinta nel suo mondo già di per sé solitario; ma è anche un modo per darsi, forse inconsciamente, una seconda opportunità nella vita.
  2. Altro aspetto strano e di per sé curioso agli occhi dello spettatore è il fatto di vedere una bambina dipendente da tranquillanti: di solito sono gli adulti a farne utilizzo, qui invece ne è ossessionata una bambina. E l’ossessione arriva all’apice non tanto quando la spinge a forzare la serratura nell’intento di rubare le vitamine, ma quando si ingozza di una grande quantità nei pochi secondi a disposizione fino a stare male. Lo spettatore, a questo punto spiazzato, si chiede cos’altro deve aspettarsi da Beth.
  3. A complicare il tutto è l’arrivo di due genitori adottivi all’apparenza normali, ma con il  passare del tempo, per nulla: l’uomo è un padre e ancora di più un marito assente, che guarda Beth in modo ripugnante e che alla prima occasione lascia la moglie (analogia con il padre biologico); la donna anch’essa frustrata per il rapporto di dipendenza che la lega al marito (analogia con la madre biologica), rimasta sola con Beth si rifugia nell’alcool e parallelamente nella sua passione per il piano. Quest’ultima immagine ritorna nel futuro di Beth, che come la madre adottiva, nutre la sua passione con l’alcool e viceversa.

A questo punto ci si chiede cos’altro dovrà affrontare Beth che di sfortune, fino a quel momento, ne aveva avute abbastanza.

Da quel momento in poi la serie cambia ritmo e i rapporti e le dimensioni umani si estendono per permettere a noi spettatori di addentrarci ancora meglio nel suo mondo.

La riflessione che ne viene fuori è sicuramente interessante: due donne che nonostante la loro frustrazione, solitudine, nonostante la sfiducia nel mondo e la paura dell’abbandono, non mollano e si fanno scudo a vicenda, puntando sugli scacchi come rivalsa verso gli uomini e verso la vita. E Beth ci riesce, ci riesce per se stessa e per sua madre. Sfida tutto e tutti per portare avanti la sua passione/ossessione per gli scacchi, che la avvicina sempre di più alla vetta.

Fin qui si intravede la classica storia di emancipazione femminile e del resto un po’ lo è: Beth, una ragazzina cresciuta in contesto disagiato con traumi legati ai suoi primi anni di vita, emerge in un mondo di soli uomini grazie alla sua genialità e caparbietà.

Quello che ad un certo punto mi lascia la bocca amara è come viene trattata la sua passione per gli scacchi: se da un lato è davvero ciò che la rende unica e la salva da un mondo di squallore al quale era destinata, dall’altro è motivo della sua stessa cagione; è una passione esasperata, un amore malato, un’ossessione insaziabile, che ha sempre bisogno di alimentarsi di rivalsa sull’altro, su uomini che uno dopo l’altro hanno rovinato le figure femminili per lei più importanti: le due madri. Questa passione per gli scacchi è vissuta in modo dissacrante nei confronti della vita stessa, che lei profana e non perdona! È incattivita con la vita e se ne prende gioco, come fosse anch’essa una partita a scacchi. Alcool, alienazione, fumo, sesso e dipendenza, frustrazione e ossessione: sembra il ritratto di una psicopatica, e non di una campionessa, non di una donna alimentata da passione, per quanto questa rappresentazione possa in qualche modo essere verosimile.

Alla fine, nonostante la drammaticità di uno squarcio di vita e di legami che si consumano lasciando l’amaro in bocca, per fortuna il senso di coraggio e di salvezza riemerge grazie alla passione, la stessa che l’ha condotta nell’oblio per poi farla risalire. Così ciò che l’ha distrutta, l’ha anche salvata, dandole riscatto e rivalsa, in un mondo di detriti che Beth intanto si è lasciata alle spalle.

Il cerchio si chiude con un’immagine sicuramente sana della figura maschile, finora sacrificata a dispetto di quella femminile. Tutti uniti per aiutare e poi festeggiare Beth: è nell’altro che si supera la solitudine, è nell’altro che si rifugia la possibilità di vincere, è nell’altro la strada per vivere. Beth, anche se tardi, spero l’abbia capito!

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