In Pedagogia, una delle relazioni necessarie per far sì che si generi un incontro educativo tra l’educando e l’educatore, persiste proprio nell’Empatia. Una parola semplice nella sua parvenza, quasi frivola o addirittura indifferente. Ma cos’è davvero l’EMPATIA? Cercando la definizione su Treccani, la sua etimologia ci dice già che in realtà, dietro questo semplice e gradevole suono, vi è un significato più autentico.
Il termine infatti deriva dal greco ἐν, “in”, e –πάθεια, dalla radice παθ– del verbo πάσχω, “soffro” e si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale.

Capirsi insomma, farsi carico di uno stato emotivo altrui comprendendone la natura fin dall’origine. Empatia vuol dire entrare in relazione con l’altro e nell’altro riconoscersi, vuol dire emozionarsi con l’altro e per l’altro, provando le medesime sensazioni come se a viverle fosse un solo corpo. Per far sì che avvenga questo scambio emozionale a livello psichico e cognitivo, è richiesta una sensibilità innata: non si può acquisire, non si può ricercare, non si può sviluppare come fosse un’attitudine.
L‘empatia è solo l’attitudine del cuore, di una parte sensibile e profonda che si rende disponile all’altro e si alimenta nel suo donarsi! Ecco perché dire che tutti siamo o possiamo essere potenzialmente empatici non solo è ingiusto, ma è anche sbagliato. Sarebbe come dire che tutti possiamo essere alti, piuttosto che con il naso all’insù. Beh si, possiamo solo alterando i nostri geni, ma c’è qualcosa di innato in noi che non possiamo gestire, ma che come un dono, se ce l’hai lo riconosci e basta!

Per questo non possiamo pretendere che tutti ci comprendano, che tutti provino a cogliere quell’altro oltre noi, che molto spesso non mostriamo. Come in un riflesso allo specchio, resta visibile solo la superficie, solo quel contorno che l’occhio riesce a disegnare nella sua pupilla e lì finisce la persona fisica, tralasciandone ombre, contorni incerti, proiezioni da altri punti di vista, che esistono anche se fuori dalla vista, esistono e possono essere percepite…
La Pedagogia ci insegna che l’Empatia fa questo esercizio, lavora sulla percezione di ciò che è latente, che non appare ma c’è, nel sostrato di un’essenza che racchiude in sé l’incontro con l’altro. E fa di più: ricerca un dialogo esistenziale, una comunicazione con l’altro per far sì che avvenga un incontro autentico, e da quell’incontro generare uno scambio educativo, che non ha fine, che è generativo e che si alimenta di una gratuità, che oggi, oggi… appare sempre di più un miraggio!
