Scrivere penso sia non solo una passione, un talento, un hobby da coltivare nelle più svariate forme e sfumature, scrivere è anche, è soprattutto e solo testimoniare.
Quando ho iniziato a farlo, l’ho fatto per curare la mia anima, perché come la maggior parte fa, la scrittura allevia il dolore, lo leviga, lo rende meno spigoloso e lo zittisce in certi attimi. Ho iniziato a scrivere come tanti fanno per puro egoismo, per disinfettare le ferite aperte che ancora non ero pronta a curare da me.
Ma si sa, la scrittura non può essere solo curativa, non è solo terapeutica, altrimenti non è più scrittura, ma forse un resoconto del proprio vissuto. E la mia scrittura aveva bisogno di evadere anche da me stessa, dalla mia stessa pelle. Mi chiedeva ascolto, mi implorava di vedere il mondo e non solo il mio di mondo.
È la scrittura, l’amore per essa che mi ha lasciato scoprire altro… Mi ha dato occhi per guardare altro che non sia io, che non sia il mio di vissuto, ma altre storie. Mi ha fatto vedere come il dolore può essere raccontato, come può divenire testimonianza, come può emergere in modo forte e perpetuo da uno sguardo o da un silenzio altrui che prima non riuscivo a interpretare.
Scrivere vuol dire anche testimoniare, vuol dire mettere da parte te stessa per una cosa più grande che sta urlando verità e che non puoi non raccontare. Scrivere è più altruismo che egoismo: guardo gli occhi della gente, mi incuriosisco, osservo le emozioni, i gesti innati che profumano di spontaneità, scruto le espressioni di un bambino e ne intravedo già un pezzo di vita che è testimonianza.
Allora mi dico: non posso solo e sempre parlare di me. Il mondo è pieno di storie che necessitano di essere raccontate. La scrittura è testimonianza, le storie sono pane quotidiano, parabole di vita che vanno impresse e rilette come un Dostoevskij che più lo leggi, più ti cura l’anima.
